La strada di casa è il primo libro della giornalista e scrittrice trentina Lara Zavatteri. La strada di casa racconta di un misterioso diario della seconda guerra mondiale, di un segreto e di tre donne alla ricerca dell'indipendenza. Per richieste larazavatteri@gmail.com o 348/7702561.
mercoledì 19 settembre 2012
venerdì 31 agosto 2012
La seconda guerra mondiale in valle di Non: amore impossibile, l’emancipazione femminile in un diario segreto.
La strada di casa
racconta il periodo della seconda guerra
mondiale in valle di Non,
precisamente nel paese di Castelfondo. La storia racconta l’amore impossibile
di Sara, allora una giovane donna, per un soldato tedesco, ma anche la vita
fuori dagli schemi della zia Matilde, che crede nell’emencipazione femminile ed
è segretamente diventata una staffetta partigiana, in questo aiutata anche dal
suo lavoro come postina. Tutta la vicenda, dal 1943 al 1945 è narrata in un
diario segreto scoperto dalla figlia di Sara, Anna, nata dopo gli avvenimenti
lì riportati. Leggendo Anna scopre il passato della madre e fatti e persone di
cui non sospettava l’esistenza: si mette quindi in viaggio per conoscere tutta
la verità.
Per avere il libro:
contattatemi (larazavatteri@gmail.com),
acquistatelo via Internet dalla casa editrice Uni-Service di Trento o alla libreria
La cattedra di Cles.
martedì 31 luglio 2012
ESTRATTO DAL LIBRO-IL CARATTERE DELLA ZIA MATILDE
In seguito, stanca delle mie domande nate dopo aver
ascoltato quei discorsi, la mamma mi raccontò la storia della Matilde. Nei
primi anni Venti, quando io ero piccolissima, la zia emigrò in Merica, a Buenos
Aires, con suo marito. Pier Cesare De Bello, detto Cesare, che nonostante il
nome bello non era davvero secondo mia madre, era un uomo di mezza statura,
corporatura robusta e quasi grasso, un naso adunco e dei favoriti lasciati
crescere senza cura, che sfigurava di fronte alla Matilde, alta, snella e con i
lineamenti decisi ma al contempo delicati, che ne facevano una vera bellezza.
Apparteneva ad una delle famiglie più ricche della zona che possedeva terreni
un po’ in tutta la vallata, ma lo stesso Cesare aveva mandato in rovina i suoi
e nessuno sapeva bene per quali motivi; la madre, caduta in disgrazia da un
giorno all’altro, era morta di crepacuore.
Lui, forse per
cercare di alleviare il suo tormento e allontanarsi dal rancore del padre e dei
fratelli, aveva deciso di salpare oltreoceano in cerca di fortuna. Ma appena
qualche mese dopo il loro arrivo, scoppiò un’epidemia di tifo che uccise
Cesare, lasciando la Matilde sola con mia cugina Maria di un anno ed una
montagna di debiti. Il marito infatti doveva dei soldi al proprietario di una
terra, un piccolo appezzamento che aveva acquistato promettendo di pagare un
po’ per volta. Sperava forse di ricavarne qualcosa lavorando la terra e coltivandola,
però la zia scoprì che non valeva nulla e l’aridità del terreno era tale da non
permettere a nessun tipo di coltura di attecchire. Lei aveva estinto i debiti
con il truffatore lavorando come serva in un’osteria locale. Gli abitanti del
villaggio la chiamavano scherzosamente la “Piedra”, la Pietra, un modo per
definire il suo carattere ostinato, ed osservavano con curiosità il suo
tragitto verso la locanda, ogni giorno per mano ad una bambina sempre più
magra; se la trascinava dietro non sapendo a chi affidarla. Prometteva alla
figlia, ma in realtà più a se stessa, di ritornare in Italia, cercando di farsi
coraggio e tirare avanti. Non era semplice. Avevano le scarpe bucate e vestiti
stracciati, ma la zia aveva rifiutato qualsiasi forma d’aiuto, specialmente
quello di suo padre.
Dopo la morte di Cesare aveva scritto al paese e la
famiglia immaginava in quali condizioni sopravvivessero madre e figlia. I
genitori spedivano lettere offrendole aiuto, anche a costo di grandi sacrifici,
ma lei rifiutava sempre. Quei rifiuti le costarono parecchi mesi di lavoro, in
un paese che non amava, ben lontano dalle speranze che erano state sue e di
Cesare.
Solo dopo un anno e mezzo che lavorava all’osteria riuscì
a mettere da parte il danaro per pagare la traversata via mare. Al paese la
gente era sorpresa per il suo mancato ritorno dopo la scomparsa del consorte e
pensavano che la Matilde si fosse già trovata un altro uomo mentre a Buenos
Aires, dove la zia aveva conosciuto diversi amici, la vedevano partire con un groppo
in gola e la salutavano sventolando fazzoletti sul molo, ammirando la dignità
di quella donna che era stata capace di farsi forza.
Tornava al paese che aveva lasciato e tutto ciò che aveva
(a parte la vedovanza) stava in una valigia sbrindellata. Decisa a non gravare
su nessuno ed a conservare la propria indipendenza, la Matilde si mise alla
ricerca di un lavoro e di un posto dove vivere con la Maria.
“Quando la rividi rimasi di sasso. Si era tagliata i
capelli e portava le braghe. Mi disse che con il tessuto delle gonne aveva
fatto pezze da cucina. Pareva un uomo” mi raccontava la mamma.
Oggi so che mia madre si sbagliava. La zia somiglia ad un
uomo non per l’aspetto (i capelli corti, che porta ancora adesso, le donano
molto) o l’abbigliamento, quanto per gli atteggiamenti sicuri, il piglio,
l’andatura veloce, lo spirito, tutte caratteristiche più dei maschi che delle
femmine. Trovò un impiego come postina, lavoro che svolge ancora oggi a turno
con un collega, Remo: per fortuna il telegramma che annunciava la morte di
Renzo non l’ ha dovuto portare lei alla mamma.
Era un lavoraccio,
che la costringeva a pedalare per chilometri in bicicletta per consegnare
lettere e pacchi, con qualsiasi tempo. Gli anni trascorsi in Argentina però
l’avevano resa più forte e non la spaventava la fatica; con i risparmi comprò
una piccola casetta, lasciando l’abitazione di un’amica che l’aveva ospitata
nei primi tempi. Spaccava la legna, arava i campi e falciava i prati, era
capace di riparare qualsiasi congegno meccanico, leggeva, s’interessava di
sport e politica, quello che non sapeva fare lo imparava presto.
Cosa più importante, non aveva più cercato un uomo,
benché i corteggiatori non le mancassero. Quando la mattina passava in
bicicletta per le vie del paese i giovanotti le urlavano: “C’è posta Matilde?”
e fischiavano in segno d’approvazione. Lei rideva, a volte si fermava a
parlare. Era giovane e bella, quando fui più grandicella le chiesi perché non
desiderasse risposarsi. Un giorno che lei e la Maria erano passate a casa
nostra, avrò avuto otto o nove anni, le dissi che sposandosi di nuovo non
avrebbe più dovuto lavorare tanto. Lei non si scompose, mi venne vicino e,
parlandomi piano come fosse una confessione, mi confidò che lavorare le piaceva
molto. Non riuscivo a capire come potesse esser contenta di pedalare per ore
sotto la pioggia o di spaccarsi la schiena in lavori che un uomo poteva
svolgere al suo posto. Rimasi senza parole, la zia rise del mio silenzio e
aggiunse che un lavoro fatto con tutti i crismi dava grande soddisfazione.
Fino ad allora l’unico modello di donna che credevo
possibile era quello della ragazza che diventa moglie e madre e si affida in
tutto e per tutto alle decisioni del marito: una come mia madre, insomma. Le
sue parole mi avevano confuso; era l’unica donna della borgata a vivere sola,
in una casa senza un uomo, e sola aveva allevato la figlia. Molte delle altre,
anche quelle rimaste vedove, si erano maritate con i primi uomini disponibili
per paura di doversi arrangiare o apparire indecorose. Sapevo che quella
condizione era la causa di molti litigi familiari, perché soprattutto suo padre
(e mio nonno) la voleva sistemata e “normale” come le altre.
Io vedevo la vita della zia come un qualcosa di strano ed
allo stesso tempo affascinante e proibito e non sapevo mai bene se imitarla o,
in certi momenti, specie quando ne sentivo parlare dai miei, compatirla. Avevo
sempre questi pensieri, a volte m’immaginavo trasformata in un ragazzo per
quelle folli idee di libertà, di una vita mia, con le mie sole forze su cui
contare e non comprendevo perché indossare delle braghe di fustagno fosse
peccato.
Una volta il
signor curato, vedendola abbigliata da maschio, le ricordò che il Signore aveva
stabilito che le donne dovevano indossare vesti e che, se non aveva più gonne
in casa, la perpetua sarebbe stata lieta di cucirne una per lei. La Matilde
scoppiò a ridere come al suo solito, domandando al signor parroco se per caso i
preti, che indossano la tonaca, fossero in realtà delle donne.
Quando era da noi, mentre mia madre cucinava lei leggeva,
commentava le notizie del giorno cercando invano di coinvolgere mio padre. Lui
non condivideva i modi della Matilde, quel rifiuto di “stare al suo posto” e
non di rado cercava di umiliarla, senza tuttavia riuscirci, ricordandole che
quelle erano robe da uomini.
Fin dall’inizio, alla zia non è mai piaciuto il Duce e
non ha più cambiato opinione. Una volta acciuffò me e Renzo mentre, vestiti con
la divisa dell’Opera nazionale Balilla, raggiungevamo il sagrato della chiesa
per gli esercizi ginnici del sabato. Ci spogliò e, dopo averci rivestiti con
altri abiti, ci disse di andare a giocare, che sicuramente il nostro fisico ne
avrebbe tratto maggiore giovamento.
“Sono due porci, quelli lì. Sono stati capaci solo di
urlare in piazza alla gente sciocca che li applaudiva” l’ho sentita dire una
volta, riferendosi al Duce e Hitler, dopo
un comizio di Mussolini trasmesso per radio, seguito da Galeazzo “testa di
cazzo” Ciano, come dice lei riprendendo uno sfottò popolare.
Detesta il Duce
per molte ragioni, soprattutto per quello che pensa delle donne, e ripete
spesso che lei si sente tale anche se non ha ricevuto alcuna medaglia al merito
o un premio in danaro durante una cerimonia pubblica per aver partorito dodici
figli per la Patria, perché non potrà mai riconoscersi nel “Credere, obbedire,
combattere e..partorire!”.
mercoledì 11 luglio 2012
SCARICA GRATIS IL REPORT
Ciao! Vuoi "vedermi", cioè conoscermi meglio? Tutto o quasi su di me e sui miei libri a questo link, puoi leggere o scaricare gratis il report:
http://www.scribd.com/doc/99806510/Lara-Zavatteri-chi-Sono-Presentazione-Dei-Miei-Libri
martedì 10 luglio 2012
LA STRADA DI CASA ALLA LIBRERIA LA CATTEDRA DI CLES
Vi segnalo che La
Strada di Casa è nuovamente disponibile per l’acquisto alla libreria La Cattedra di Cles, val di Non,
Trentino, in via Filzi 9 (a due passi da piazza Granda).
mercoledì 4 luglio 2012
PERCHÉ LA STRADA DI CASA
La strada di casa
è una metafora per indicare:
- per Anna, che ritrova il diario della madre scritto durante la seconda guerra mondiale, la possibilità di conoscere una parte del suo passato attraverso un viaggio tra il Trentino, la Germania e infine la Polonia;
- per Sara, madre di Anna, negli anni della guerra, la volontà di amare un soldato tedesco nonostante tutto e coniugare questo con l’affetto per la zia Matilde, staffetta partigiana:
- per Matilde la voglia di essere accettata, anche se non espressa chiaramente, anche se è una donna anticonformista, partigiana, indipendente.
La strada di casa
è prima di tutto la necessità per queste donne di essere accettate per come
sono, oltre che per Anna la necessità di conoscere un pezzo della sua vita
rimasto nascosto per moltissimi anni.
martedì 12 giugno 2012
UN MONDO DI DONNE CON LA STRADA, ARTEMISIA E LE PICCOLE COSE
L’universo femminile è al centro
di tre dei miei libri. In La strada di
casa la protagonista è Sara, una donna ormai anziana ai giorni nostri ma
che durante la seconda guerra mondiale
era una giovane ragazza sposata ad un uomo non amato, che incontra e s’innamora
di un soldato tedesco. Un amore che va contro ogni regola, perché il fratello
di Sara era partigiano ed è stato
ucciso e perché la zia Matilde, donna energica e indipendente, è a sua volta staffetta partigiana. Sarà la figlia di
Sara, Anna, a ritrovare il diario della madre, scoprire la sua storia e il
segreto che ha custodito per oltre mezzo secolo.
Un altro libro da cui emerge la
forza delle donne è L’Inclinazione.
Storia di Artemisia e Nives. Artemisia
è Artemisia Gentileschi, pittrice
romana del Seicento, dotata di grande talento artistico e violentata da un
pittore amico e collaboratore del padre, Agostino Tassi. Artemisia si ribella e riesce a far condannare l’uomo (la vicenda è
vera) ma il suo nome fino ad oggi è rimasto legato a quella vicenda. Nel libro
si parte dalla sua vera storia per arrivare ad una parte fantasy, con Artemisia che decide di fare una
pozione per rendere immortale se stessa e i suoi quadri e non essere ricordata
solamente per la violenza subita. Purtroppo le cose non vanno come dovrebbero
andare, la pittrice sbaglia la pozione e secoli dopo sarà Nives, giornalista dei
nostri giorni, a subirne le conseguenze. Da Trento, dove vive, segue uno scoop legato al furto di uno dei
quadri di Artemisia e si ritrova a Roma, nella casa antica dei Gentileschi, ma non da sola, bensì con
la parte cattiva di se stessa, che per l’incantesimo di Artemisia è come sdoppiata. Toccherà a lei vincere sull’altra se
stessa perché il male non vinca sul bene e domini il mondo.
Infine nel libro di racconti Le Piccole Cose le donne forti sono, ad
esempio, la Donna delle Fucine,
toponimo del paese di Cavizzana
(Trentino) dove si crede che esista un’antica maledizione. Sarà questa
donna, nonostante l’emarginazione cui l’ha confinata la gente, a salvare il
paese dalla peste (veramente Cavizzana
fu l’unico paese della val di Sole a
non essere decimato dal morbo), ma anche Marcellina, che lascia la sua terra
per non abbandonare il fratello più debole. Scoprite i testi sui blog e scaricate i report gratuiti, vi aspetto su
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